VinoVip Cortina 2026: grandi vini, grandi nomi e il vino italiano che si ritrova in quota
Ci sono eventi del vino che si visitano per assaggiare qualche bottiglia interessante. E poi ce ne sono alcuni in cui il vino è quasi il pretesto per incontrare persone, produttori e colleghi che durante l’anno si vedono poco o soltanto attraverso uno schermo.
VinoVip Cortina appartiene decisamente alla seconda categoria.
Il 12 e 13 luglio Cortina d’Ampezzo ha ospitato la 15ª edizione del summit organizzato da Civiltà del bere, un appuntamento che nel 2026 ha festeggiato anche un traguardo importante: 30 anni dalla nascita di VinoVip.
Ho avuto il piacere di esserci e, a distanza di qualche settimana, quello che mi rimane non è soltanto l’elenco delle cantine presenti o dei vini assaggiati. È soprattutto la sensazione di aver partecipato a uno degli appuntamenti in cui il mondo del vino italiano riesce ancora a ritrovarsi davvero.
Quando il vino diventa anche occasione di incontro
La cosa che ho apprezzato maggiormente di VinoVip Cortina è proprio questa: il programma è importante, i nomi sono importanti, ma alla fine sono le persone a fare la differenza.
A Cortina si incontrano produttori, giornalisti, sommelier, distributori, buyer, professionisti e appassionati. Un pubblico necessariamente selezionato, ma con livelli di conoscenza e interessi molto diversi.
Ed è interessante vedere come, durante queste due giornate, le differenze tendano a ridursi. Ci si incontra davanti a un banco, si assaggia un vino, si commenta un’annata e magari si finisce a parlare di tutt’altro. È quella parte del mondo del vino che difficilmente riesci a raccontare in una scheda tecnica.
VinoVip funziona anche per questo: non è soltanto una degustazione, è un momento di networking reale.
Il programma non è soltanto degustazione
L’edizione 2026 ha seguito la formula ormai consolidata del summit, alternando momenti di approfondimento, incontri e degustazioni.
Ad aprire ufficialmente la manifestazione è stato il talk “I tenori del vino italiano”, con quattro protagonisti che rappresentano una parte importante della storia del nostro vino: Pietro Antinori, Sandro Boscaini, Angelo Gaja e Fausto Maculan.
Un confronto interessante perché, più che parlare semplicemente di vino, ha permesso di guardare al percorso fatto dall’enologia italiana negli ultimi decenni e alle sfide che oggi si trova ad affrontare.
Si è parlato poi di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, con un focus dedicato alla denominazione e una degustazione di numerose etichette, comprese diverse Rive.
Il giorno successivo è stato invece il turno dei tre volti del Pinot: nero, grigio e bianco. Un tema che ho trovato particolarmente interessante perché permette di osservare come una stessa famiglia di vitigni possa dare origine a interpretazioni profondamente differenti.
E poi Amarone e Valpolicella con le Famiglie Storiche, fino ad arrivare al momento più atteso: il Grand Tasting.
Il Grand Tasting cambia casa
Questa edizione ha avuto però una novità importante. Il tradizionale Grand Tasting, normalmente ospitato al Rifugio Faloria, si è trasferito allo Chalet Tofane a causa dei lavori di ristrutturazione ancora in corso.
Dal punto di vista paesaggistico, difficile protestare. La vista sulle Dolomiti ampezzane è quella che ci si aspetta da Cortina: spettacolare.
La nuova location, però, ha avuto anche qualche controindicazione.
Il Grand Tasting era piuttosto affollato e, con temperature molto alte per il periodo, gli spazi e la gestione dei vini sono diventati inevitabilmente più complicati.
Il problema? Il vino non ama il caldo
Qui viene la parte che, da appassionato e comunicatore del vino, considero importante sottolineare.
Durante la degustazione ho trovato diversi vini, soprattutto rossi, serviti a temperature troppo elevate. E quando si parla di bottiglie importanti, questo non è un dettaglio trascurabile.
Un grande rosso servito troppo caldo cambia completamente espressione: l’alcol diventa più evidente, la freschezza si perde e la componente aromatica può risultare più pesante e meno precisa.
Non credo sia corretto attribuire tutto a un problema organizzativo. Quelle giornate erano davvero molto calde e gestire decine di produttori e oltre 150 etichette in uno spazio affollato non è semplice.
Ma proprio perché parliamo di VinoVip, credo che questo sia uno degli aspetti su cui vale la pena riflettere. Quando il livello dei vini è così alto, anche la loro gestione durante il tasting diventa parte integrante della qualità dell’evento.
Alcune bottiglie, in condizioni diverse, avrebbero probabilmente raccontato qualcosa in più.
54 cantine, oltre 150 vini e tanta Italia
Al netto di questo aspetto, il livello complessivo della degustazione è stato molto alto.
Le 54 Cantine protagoniste hanno portato allo Chalet Tofane oltre 150 etichette, mettendo insieme alcuni dei nomi più importanti del panorama enologico italiano.
Antinori, San Guido, Masi, Bellavista, Berlucchi, Pio Cesare, Fèlsina, Masciarelli, Planeta, Terlano, Umani Ronchi, Villa Sandi e molte altre realtà hanno contribuito a costruire una fotografia piuttosto interessante del vino italiano contemporaneo.
Ma anche qui, più che fare la lista della spesa delle bottiglie assaggiate, trovo più interessante il confronto tra stili e territori.
Perché in una degustazione di queste dimensioni puoi passare in pochi minuti da un grande Metodo Classico a un Amarone, da un Pinot nero a un grande bianco, e renderti conto di quanto sia ancora difficile parlare di “vino italiano” come se fosse un’unica identità.
È un patrimonio enorme proprio perché è fatto di differenze.
Trent’anni dopo, VinoVip ha ancora senso?
Questa è forse la domanda più interessante che mi sono posto tornando da Cortina.
Trent’anni sono tanti per una manifestazione dedicata al vino. In un settore che nel frattempo è cambiato completamente, tra nuovi mercati, nuovi consumatori, social network, mode e una comunicazione del vino sempre più veloce, riuscire a mantenere un appuntamento di questo tipo non è scontato.
Eppure VinoVip continua ad avere una sua identità.
Forse perché non prova a essere tutto per tutti. Non è una grande fiera aperta indiscriminatamente a migliaia di visitatori. È un summit, e mantiene quindi una dimensione più professionale e relazionale.
Ed è probabilmente questa la sua forza.
In un momento in cui il vino viene sempre più raccontato attraverso numeri, classifiche, algoritmi e contenuti velocissimi, ritrovarsi fisicamente davanti a un produttore e parlare di una bottiglia rimane un valore enorme.
Il mio bilancio…
Il giudizio finale, quindi, è decisamente positivo.
VinoVip Cortina mi è piaciuto. Mi è piaciuta l’atmosfera, mi è piaciuto il livello dei vini e mi è piaciuta soprattutto la possibilità di incontrare tante persone del mondo del vino in un contesto informale ma allo stesso tempo di grande prestigio.
La nuova location del Grand Tasting ha portato qualche difficoltà, soprattutto per l’affollamento e per la gestione delle temperature dei vini in una giornata particolarmente calda. È un aspetto concreto, che secondo me merita attenzione nelle prossime edizioni.
Ma forse è proprio questo il bello di eventi come VinoVip: dopo trent’anni hanno ancora qualcosa da discutere, da migliorare e da raccontare.
E poi c’è Cortina, che mette il resto.
Perché parlare di grandi vini guardando le Dolomiti non li rende automaticamente migliori. Ma sicuramente li rende più difficili da dimenticare.


